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Make a Wish




"Esprimete un desiderio” può sembrare
un invito banale, non lo è se il desiderio
si avvera sul serio. Per spiegare
Make a Wish dunque non basta
la traduzione dall’inglese all’italiano,
bisogna aggiungere altre parole, altri
significati. Un casting, un documentario,
un crossover reality, un format, e poi
un lavoro di ricerca e di approfondimento
critico, Make a Wish è prima di tutto
un progetto, finalizzato a durare. Anima
del concept è la Thumb’z Up Academy,
fucina creativa dove si incrociano musica,
danza, arti visive, cinema e teatro.
All’interno dell’Accademia, Make a Wish
dà corpo a un crossover di saperi e discipline,
di doti artistiche e umane verso nuove
avventure produttive, sempre con
il pollice rivolto verso l’alto."


Make a wish nasce come un casting/documentario sulla vita di otto personaggi all’interno della nostra Accademia. Diciamolo pure con chiarezza, un casting realizzato in un format di reality.

La parola  è di quelle vagamente impronunciabili, al solo nominarla schiere di intellettuali con i fondamentali accademici al posto giusto, mettono mano alla scatola del malox contro il mal di stomaco. Dunque cosa ci fa un casting con modalità intellettualmente blasfeme di reality in una accademia? Prima di abbandonarsi agli anatemi conviene rilassarsi un poco.

La prima risposta è proprio a quell'intellettualità con i galloni dell'ufficialità, ai quali vien da chiedere di riservare i propri attacchi d'ulcera a guai peggiori, come i tagli pubblici alla ricerca e la fuga di cervelli, vincendo invece il loro orgoglio e pregiudizio verso la cultura popolare e di massa. Per decenni le varie corporazioni (quella dei critici e dell'accademia, quella degli autori, quella dei letterati ecc.) hanno elevato lo scudo di una cultura umanistica e pretecnologica, fortissimamente ideologizzata, drasticamente convinta della illegittimità dei prodotti culturali di largo consumo. Lo scontro, è inutile dirlo, è sempre e ancora fra cultura "alta" e quella "bassa", con insistente tendenza a collocare quest'ultima verso paesaggi di tipo "spazzatura". Noi stiamo con gli Abruzzese & C. che dagli anni Novanta in poi hanno dimostrato quanto superato fosse questo supposto baratro fra emisfero cosidetto "alto" e quello considerato "basso" della cultura. Non da oggi del resto e in tutti i linguaggi culturali.

A cominciare dal teatro, con una distinzione che si vuol far risalire fino alla Roma classica, fra il letterato Seneca e il teatrante Plauto, una distinzione che successivamente oppone con le stesse gerarchie dell’alto e basso, Diderot a Goldoni, de Musset a Feydau, e poi l'emisfero letterario "alto" di Shelley, Byron, Kleist, Coleridge, Goethe, contrapposto alla parte "bassa" dei vari Scribe, Lesage, Favart, Labiche, Feydeau, con i loro arnesi popolari del vaudeville, la pièce bien faite, la pochade, il mèlo collocati nella parte bassa dei generi teatrali.
Nella musica ci sono voluti i vari Montecchi e Lipperini a destrutturare ogni gerarchia di valore da Mozart a Frank Zappa a Elvis Presley, tutti sullo stesso piano storicamente e culturalmente, nel senso che sono fruiti allo stesso modo, con il medesimo amore e le medesime degenerazioni. E per non trascurare gli scontri fra emisferi, va ricordata la battaglia culturale, per dirla con la Lipperini, fra il partito dei Beatles come Mozart, armoniosi e spensierati come la esuberante gioventù inglese e quello dei Rolling Stones, ribelli e turbinosi come Beethoven.

Per non dire dello scontro fra l'ufficialità accademica gelosa dell'unicità dell'opera d'arte e quell'estetica della ripetizione che avanzacon l'invenzione dei multipli negli anni Sessanta e le realizzazioni postmoderne delle tecniche della citazione e del pastiche che davano il colpo di grazia all'"originale", e poi le riletture di Benjamin e le scatolette Campbell's di Andy Warhol: alla serialità contrapposta al mito accademico dell'unicità sono state associate le produzioni in serie di moda e design, le telenovelas, i Dallas, i Kojack, i Dinasty, i Derrik, che hanno finito per conquistarsi, assieme a Corto Maltese e al Tenente Colombo, la simpatia della parte più colta e accademica dell'intellettualità.
Potremmo continuare nell’elenco di questo grazioso accapigliarsi fra accademici e non, lo faremo almeno fino a quando non vedremo quei fior d’intellettualoni riporre le scatole di malox nei loro armadietti, finchè non li sentiremo al nostro fianco in nuove avventure produttive, disponibili ad incrociare saperi e linguaggi di ogni altezza e latitudine.

Un’occasione di buona volontà intellettuale gliela forniremo noi con il lavoro che inaugura Thumb’z Up Academy nel mese di novembre. Nel patrimonio genetico che la sua fondatrice le ha impresso, l’Accademia non contempla un’attività didattica orientata verso una astratta formazione sui mestieri dello di spettacolo. Piuttosto un’attività produttiva, progetti culturali, sui quali chi vuole può inserirsi e poi anche formarsi. Ma allora la domanda è come fare ad inserirsi, con quali modalità di scelta. In altri termini il tema è quello della selezione, argomento questo che in ogni campo, ma soprattutto nelle arti e nello spettacolo, ha accumulato un’ampia letteratura di zone d’ombra, scarsa obiettività nelle scelte se non degenerazioni d’ogni tipo: non è un mistero che spesso i veri talenti sono quelli che rimangono fuori dalla porta e non quelli che entrano.

Non vi è dubbio che il format Reality è uno dei meccanismi di selezione più vicini alle dinamiche popolari e di massa che stimolano gli istinti e le speranze degli individui nostri contemporanei. Un format che si muove spesso nelle zone più basse e limacciose di ognuno di noi, laddove si annidano desideri per lo più morbosi di scalate miracolistiche senza alcun merito, un successo  che cambi repentinamente la tua vita come in una bella favola. Ma ecco il punto: se anziché guardarlo dall’alto in basso lo osserviamo ad altezza d’uomo scopriamo che quel format, proprio nel suo catalogo di mediocrità, è un formidabile punto di osservazione sulle poche luci e le tante ombre dei diversi dispositivi di selezione nel mondo dell’arte.

Coerentemente con le sue “dichiarazioni programmatiche” Thumb’z Up Academy apre la sua attività con un casting/reality che consente di dar corpo a quel crossover di saperi alti e bassi di cui c’è un bisogno vitale. Lo fa senza paura di sporcarsi le mani con un genere culturalmente povero, convinta com’è che la povertà o la ricchezza sta nell’approccio e mai nell’oggetto da indagare. Dunque un reality come raffinata occasione per capire e per cercare di cambiare, uno show che vuole aprire uno squarcio sulle dinamiche di mercato che regolano la carriera degli artisti, insieme ai quali, in una fase successiva, verrà condotto un lavoro di approfondimento critico sul funzionamento e a volte le distorsioni dello strumento “casting”. Convinti come siamo che una maggiore conoscenza di questo veicolo di selezione, è materiale prezioso per far capire meglio ai partecipanti il mondo che li aspetta.

L’approccio, come detto, sarà ben altra cosa da quell’innesco di relazioni torbide che ci si aspetta in questi casi. Saranno nuovi e diversi i criteri di valutazione, pensati non solo per un ipotetico inserimento nella carriera dello spettacolo, ma per un più ravvicinato ingresso nei progetti culturali dell’Accademia e prim’ancora nei suoi valori e nella sua filosofia. Nessuno ha la bacchetta magica nell’individuare le eccellenze, tuttavia, diversamente dal solito, si cercherà di valutare i personaggi sotto angolature non consuete, alla ricerca di doti artistiche certamente, ma anche umane, forse prima di tutto umane. Tutto ciò non per un astratto attacco di buonismo ma perché nel bagaglio professionale del candidato, lo spessore umano, la sensibilità, la profondità interiore sono un valore aggiunto, sono oltretutto qualità indispensabili per non farsi sopraffare da tutte le complesse relazioni che accompagneranno la sua vita artistica. Non casualmente le stesse suore del convento hanno intuito questo spessore non solo artistico nel lavoro di Christine e hanno spontaneamente offerto il loro graditissimo apporto logistico agli abitanti dello show negli otto giorni.

Make a Wish è un mix di suggestioni e curiosità, che uniscono ricerca e leggerezza, un’indagine seria di mercato condotta in modo “spettacolare”, in altre parole un casting all’interno di un reality come si è detto. I partecipanti  per entrare dovranno prima misurarsi con tutti gli artisti che ambiscono ad entrare in Make a Wish, poi al settimo giorno all’interno dell’accademia verranno sottoposti ad un ulteriore casting, quello finale, che permetterà a soli tre di loro di avere un ruolo non secondario nella prossima produzione dell’Accademia già progettata per il debutto nel mese di gennaio 2011, questa volta orientata verso il teatro musicale e di animazione. Tutto il materiale audio e video verrà montato sotto forma di documentario utilizzabile come strumento di lavoro per l’Accademia.

E con questo riparte l’affascinante avventura di Christine Joan Johnson, non è un nuovo inizio è la prosecuzione di un lavoro che viene da lontano, ma per adesso su le maniche, si va a incominciare!


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